Il digiuno del buon senso.

Il leader della Lega si appropria, mortificandolo, di uno strumento nobile della dottrina della nonviolenza. E lo piega alla sua squallida propaganda. Continua a leggere

«Soave è l’inganno al fin condotto». Il degno epilogo di una indegna farsa.

Dunque la Prefettura di Salerno pare aver messo la parola fine a questa interminabile vicenda alla quale l’ormai ex Sindaco di Pagani ha condannato la città, costretta a rimanere appesa alle sue vicende personali per sei mesi e che, a … Continua a leggere

Il Paese dei “diritti” e dei “rovesci”

E insomma, è finita come tutti sapevano sarebbe finita: il Sindaco “decadente” è diventato “decaduto”. Prevedibile. Anzi, scontato. Sì, perché, tranne a chi non voleva capire o faceva finta di non capire – offendendo dapprima la sua e poi l’altrui … Continua a leggere

Il paradosso del dissesto: gli altri lo fuggono, noi lo rincorriamo.

Se ho ben capito, dunque, il Consiglio comunale della mia città ieri ha deliberato la dichiarazione di dissesto finanziario dell’Ente. Non sono un tecnico, lo premetto, ma mi sono preso la briga di fare quale lettura, da cui  discendono le … Continua a leggere

Quando l’amore è ostaggio del politicismo

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Il cammino parlamentare del ddl Cirinnà presenta, a mio avviso, diversi livelli di lettura. Il primo e più evidente è sicuramente quello di carattere più strettamente politico ed ha contribuito a mettere in luce alcune delle più evidenti contraddizioni e dei più vistosi limiti, sul piano della visione, della classe politica di questo Paese. Il secondo, intimamente connesso al primo ma ben più ampio sul piano delle implicazioni sociali, rimanda a quel senso di frustrazione con il quale, ancora oggi, migliaia di cittadini italiani stanno vivendo l’evolversi di una vicenda dai contorni quasi surreali, giocata sulla loro carne viva e sulla loro vita vera.

Lo scrivo a poche ore dal ritorno nell’aula del Senato del disegno di legge sulle unioni civili. Tema sul quale, dopo il pezzo di qualche giorno fa sul Family day, torno a scrivere su questo blog, anche io con un senso di sincera e sgradevole frustrazione di fronte all’incapacità di trovare una spiegazione ragionevole alla necessità, appunto, di tornare a scriverne. Eppure questa necessità c’è e occorre farci i conti. Perché quel testo, già di per sé un compromesso decisamente al ribasso, non è ancora legge. E anzi, perché rischia di non diventarlo mai. O, peggio ancora, rischia di diventare una “cosa” rimediata, che aggiunge danno al danno, prendendo atto di uno stato di fatto (la vita di migliaia di coppie etero ed omosessuali e dei loro bambini) e, nel contempo, sancendo ex lege la loro condizione di “inferiorità”. Tradotto, suona così: fino ad oggi, le coppie omosessuali (comprese quelle omogenitoriali) esistevano ma non si dovevano vedere né per esse esisteva alcuna forma di tutela o di riconoscimento giuridico. Da domani, esisteranno e forse si vedranno pure. Ma si vedrà anche, ed è qui il paradosso, che non meritano gli stessi diritti di qualsiasi altra coppia, famiglia, unione, chiamatela come vi pare, tanto la sostanza non cambia. E la sostanza, piaccia o no, qui si chiama amore.

E tuttavia, torno a scrivere su questo tema nella sincera speranza che nelle prossime ore questo Paese, attraverso i suoi rappresentanti politici, trovi la forza e il coraggio di un sussulto di dignità che non faccia perdere all’Italia l’ennesimo appuntamento con la storia. Lo hanno scritto bene in una lettera-appello rivolta poche ore fa ai Parlamentari italiani (potete sottoscriverla qui) oltre 400 personalità del mondo della cultura, dello spettacolo, dell’arte e della moda:

Accorgersi di un’ingiustizia e correggerla a metà, significa perpetuarla. È insufficiente non essere razzisti, omofobi o sessisti, è necessario essere operosi nella lotta contro il razzismo, l’omofobia o il sessismo, combatterli ovunque si celino, soprattutto attraverso gli strumenti legislativi in mano al Parlamento.

Un Paese dove tutti i cittadini, di là dal genere, razza, o orientamento sessuale, godono di pari opportunità, è un Paese più ricco, produttivo e felice. Il prezzo dell’esclusione lo paga la società intera.

C’è ancora spazio per ritrovare il senso, anzi il buon-senso, di questo appuntamento con la storia, arrivando all’approvazione della legge così com’è, senza stravolgimenti e ulteriori compromessi al ribasso.

Ammesso che accadrà, questo ovviamente, e vengo alle valutazioni di carattere politico, nulla toglierà all’ennesima pessima prova che i partiti – tutti, compreso quello di Grillo, che di un partito ha assunto tutte le caratteristiche – hanno dato su questa vicenda. Con modalità diverse evidentemente, ma tutte tristemente legate al fastidio di vedere consumarsi, lo ripeto, sulla carne viva delle persone, sui loro affetti e sui loro desideri, una partita fatta di tatticismi, strategie, posizionamenti. Vale, e non sono certo l’unico a pensarlo, anzitutto per i 5 Stelle, ai quali non può non essere chiaramente riconducibile la responsabilità di una battuta d’arresto che ha di fatto impedito l’approvazione in tempi rapidi del ddl. Per carità, la volontà dichiarata di legittimare il dietro front sul “canguro” con il rispetto delle regole democratiche sarebbe anche condivisibile, se non fosse evidentemente il frutto di un goffo tentativo di trovare una spiegazione plausibile ad una mossa squisitamente politicista: costringere il PD a ripiegare su un accordo con l’NCD di Alfano per tornare a gridare allo scandalo. Quale vantaggio questo porti al Movimento e al Paese forse non lo sanno neanche loro. Che del resto credo facciano fatica, almeno quelli che conservano un minimo di buon senso, anche a credere alle loro stesse parole. Perché leggere quegli emendamenti che i 5 Stelle si ostinano a voler discutere – e parliamo del 95% di essi – fa venire la pelle d’oca per il livello di idiozia al quale un Parlamentare della Repubblica può arrivare, affidando a un generatore automatico di emendamenti il destino di una legge e, attraverso di essa, di migliaia di persone. Mi permetto di avanzare l’ipotesi che i grillini la pagheranno questa mossa sul piano elettorale. O forse no, ma a vantaggio di un’anima conservatrice che credo mini dalle fondamenta lo spirito “rivoluzionario” del Movimento.

Non ci fa una bella figura neanche il PD in questa partita, sia chiaro. Con un segretario-premier ancora una volta alle prese con le solite divisioni interne da un lato, e con tutte le contraddizioni di un governo politicamente in bilico tra l’ispirazione riformista e di sinistra che dovrebbe essere propria (e sottolineo dovrebbe) del PD e quella conservatrice e di destra di Alfano. Quanto questa contraddizione faccia bene al Paese e al governo stesso è un problema che prima o poi Renzi dovrà porsi. Lo stesso Renzi che oggi, annunciando lo stralcio dell’articolo sulle adozioni del figliastro, utilizza lo spettro dell’accordo con NCD per mettere in un angolo il Movimento 5 Stelle, sul quale lascia ricadere tutta intera la “colpa” dello stravolgimento della legge Cirinnà. Un capolavoro di tattica, se non fosse che, a inficiarlo, c’è la considerazione che anche in questo caso tutto sta accadendo sulla testa di chi vorrebbe solo vedersi riconosciuto dallo Stato e magari dare tutela giuridica al bambino del suo compagno o della sua compagna.

Per il resto, vuoto totale. Tra gli emendamenti “automatici” di alcuni senatori, la frustrazione omofoba (travestita da difesa dei diritti dei bambini) di altri, il cattivissimo gusto di altri ancora e le risse in aula, lo scenario è tristemente desolante.

E fuori dal Palazzo? Ecco, fuori dal palazzo ancora una volta c’è la vita vera di un Paese che sta avanti e, in larga maggioranza, non ha paura di guardare al proprio presente. Ma che avrebbe voglia anche di lavorare al proprio futuro con più fiducia e con più serenità. È la vita vera di tutte quelle famiglie, eterosessuali o omosessuali che siano, che stanno vivendo con sofferenza queste ore, divisi tra la speranza di trovare finalmente un posto in questa Italia e la paura dell’ennesima occasione persa.

Provate a fare un giro sui social network in queste ore. Sarà difficile trovare parole di rabbia. Sarà molto più facile leggere questa sofferenza. Sarebbe bello arrivassero in aula queste paure, queste angosce, queste sofferenze. Magari riuscirebbero a portarvi un po’ di vita e, perché no, un po’ di realtà. 

In piazza per negare un diritto: il nonsenso del #familyday

foto corriere.it

foto corriere.it

Ho perso il conto delle manifestazioni e dei cortei ai quali, sin da studente (e ancor prima, accanto ai miei genitori), ho partecipato. Ho manifestato contro la guerra, contro riforme della scuola che costruivano un sistema educativo ingiusto e secondo me sbagliato, contro la violenza, contro le mafie. Decine e decine di cortei, piccoli e grandi. Ho sempre creduto, peraltro, che a fare la differenza non fossero i numeri, ma i contenuti e le ragioni della piazza, accanto ovviamente alla consapevolezza dei partecipanti. Per questo trovo del tutto insignificante la guerra di cifre che si è scatenata attorno al #familyday2016. Che fossero 2 milioni o 300 mila fa poca differenza. Il punto è decisamente un altro.

Sin da ragazzino, ho ritenuto che il senso costruttivo delle manifestazioni di piazza fosse tutto nel tentativo di pressione politica che quelle piazze esercitavano nella direzione di garantire l’affermazione di diritti fondamentali e, in ultima analisi, l’allargamento dell’area dei diritti a soggetti ai quali, fino a quel momento, quei diritti non venivano riconosciuti. Così, per dirla più correttamente, più che contro la guerra, ho manifestato per il diritto alla pace; più che contro i ministri e le riforme della scuola, per il diritto all’istruzione e all’accesso allo studio; più che contro le mafie (che del resto sono, per loro stessa natura, negazione dei diritti), per la giustizia e la verità. Ho manifestato per il diritto al lavoro, per quello alla salute, per il diritto alla libertà di espressione. Perché, sia chiaro, qui non è in discussione il diritto (appunto) di tutte e tutti a manifestare e ad esprimere liberamente il proprio parere o il proprio dissenso: manifesterei cento volte per affermare questo diritto.

Ciò che francamente mi sfugge però è il senso di una manifestazione promossa non per affermare un diritto, proprio o altrui, ma per negarlo ad altri. Che fossero 2 milioni o 300 mila, ieri quelli che erano in piazza hanno manifestato per questo: per impedire che uno Stato laico legiferi nella direzione di un allargamento dell’area dei diritti a donne e uomini ai quali, omosessuali o eterosessuali che siano, fino ad oggi quei diritti non sono stati riconosciuti. È questo il punto, allora: trovo davvero incomprensibile darsi appuntamento in piazza per minacciare ritorsioni contro un Parlamento che, dopo anni di oscurantismo e arretratezza, ha finalmente deciso di mettere mano al tentativo di affermare un diritto, di allargare l’area dei diritti. 

Qualcuno, partendo da questa stessa convinzione, si è spinto a definire il Family Day una manifestazione “cattiva”. Io non so se sia la parola adatta. Così come non credo sia utile la strumentalizzazione politica che di tutta questa vicenda si sta facendo. Proprio come trovo dannosa la sovraesposizione delle gerarchie ecclesiastiche in questa moderna e inutile crociata. L’ipocrisia (a proposito, straordinari gli articoli sui manifestanti connessi a grindr), il bigottismo, la processione di politicanti di varia estrazione, le carovane di suore, frati e sacerdoti, sono tutti elemento di folklore e di contorno. Sui quali non val la pena soffermarsi più di tanto. Insisto, il punto è un altro: manifestare contro l’affermazione di un diritto è, se non una cattiveria, certamente una contraddizione in termini e un’espressione di oscurantismo.

Non credo sia un caso il silenzio del Papa su tutta questa storia. Per carità, non mi permetterei mai di tirare per la giacchetta Francesco. Ma, avendo imparato a conoscerlo un po’, non mi meraviglia affatto il suo silenzio. In fin dei conti, si tratta di prendere atto che, ancora una volta, la vita vera delle persone è più avanti rispetto a quanto possiamo immaginare. Per questo, arretrare ora sarebbe un errore gravissimo.

Se proprio un merito tutto questo clamore ha avuto, è stato quello di aver sdoganato un tema e un dibattito che costa ancora, a tante persone, tanta sofferenza e tanta fatica. La legge sulle unioni civili che arriverà tra pochi giorni in aula inciderà, con tutta evidenza, sul diritto di queste persone, compresi i bambini, ad essere felici. E questo è un altro diritto per il quale non esiterei neanche un secondo a scendere in piazza. 

Auguri, #restiamoumani.

Jeremy Rifkin

Jeremy Rifkin

Jeremy Rifkin è uno dei più popolari pensatori sociali della nostra epoca. Conservo gelosamente una copia del suo “La civiltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi” (Milano, Mondadori, 2010) donatami da una cara amica per il mio trentesimo compleanno. Ve ne consiglio la lettura, certamente impegnativa ma estremamente appagante.

Ma non è di Rifkin che voglio parlarvi, ovviamente. Né della tesi da lui sostenuta in questo saggio straordinario. Ciò che farò, invece, è utilizzare il racconto con cui l’autore apre il suo libro per provare con voi, nei pochi minuti di silenzio che spero ciascuno di noi possa riservare a se stesso in questa notte, a riflettere su quale sia la vera natura dell’uomo. Per riscoprirla, per alimentarla, per comprendere quanto sia stata, appunto, snaturata. E per il mio personale augurio di Buon Natale.

La storia peraltro è abbastanza nota ed è stata oggetto di numerosi libri e studi, ma anche di film, cortometraggi, pièce teatrali e addirittura canzoni e video musicali. Ma tant’è. Il racconto che ne fa Rifkin è questo.

Fiandre, sera del 24 dicembre 1914. La prima guerra mondiale della storia sta entrando nel suo quinto mese. Milioni di soldati sono rintanati in trincee malamente scavate nelle campagne di mezza Europa. In molti punti del fronte gli eserciti avversari sono schierati a poche decine di metri di distanza, a portata di voce. Le condizioni di vita sono infernali: il freddo gela le ossa; le trincee sono allagate; i soldati condividono lo spazio angusto con ratti e parassiti; in mancanza di latrine adeguate, gli escrementi sono sparsi dappertutto; gli uomini dormono in piedi, per evitare di sdraiarsi nel fango putrido dei loro alloggiamenti provvisori; i cadaveri dei soldati uccisi rimangono a decomporsi nella «terra di nessuno», a poche decine di metri dai compagni sopravvissuti, che non possono recuperarli e dar loro dignitosa sepoltura. Mentre le tenebre calano sul campo di battaglia, accade qualcosa di straordinario. I soldati tedeschi accendono le candele sulle migliaia di minuscoli alberi di Natale che sono stati inviati al fronte per offrire conforto ai combattenti, e cominciano a cantare i canti di Natale: per primo, Astro del del ciel, poi molti altri. I soldati inglesi sono sbigottiti: uno di loro, affacciatosi oltre il bordo della trincea, dice che le linee nemiche illuminate sembrano «le luci della ribalta di un teatro». E rispondono con un applauso, dapprima timido, poi sempre più scrosciante. Poi cominciano a intonare le proprie carole come replica ai canti dei nemici tedeschi, che li applaudono a loro volta. Alcuni uomini di entrambi gli schieramenti sgusciano fuori dalle trincee e attraversano la terra di nessuno, avvicinandosi al nemico. Centinaia li seguono. La voce si diffonde per tutto il fronte, e migliaia di uomini escono dalle trincee. Si scambiano strette di mano, sigarette, dolci. Si mostrano l’un l’altro le foto dei propri cari. Si raccontano dei luoghi da dove vengono, ricordano i Natali passati. Si scambiano battute sull’assurdità della guerra.

La mattina dopo, quando il sole natalizio sorge sui campi di battaglia europei, decine di migliaia di uomini (secondo alcuni, addirittura centomila) stanno conversando tranquillamente fra loro. Solo ventiquattr’ore prima erano nemici, ora si aiutano a seppellire i compagni caduti. Le cronache del tempo registrarono anche numerosi incontri di calcio improvvisati. Perfino gli ufficiali di prima linea parteciparono all’evento, ma quando la notizia giunse agli alti comandi nelle retrovie i generali assunsero una posizione assai meno tollerante. Temendo che quell’atmosfera natalizia potesse minare la voglia di combattere dei loro sottoposti, presero immediati provvedimenti per far rientrare le truppe nei ranghi. Così, la surreale «tregua natalizia» finì improvvisamente com’era cominciata. Certo, non fu che un battito di ciglia in una guerra che si sarebbe conclusa quattro anni dopo, nel novembre 1918, e che sarebbe costata 8 milioni e mezzo di morti fra i soli militari, passando agli annali come la più grande carneficina della storia, almeno fino a quel momento. Ma per poche, brevi ore, non più di un giorno, decine di migliaia di soldati uscirono dai ranghi, spezzando non solo la catena di comando ma anche i vincoli di fedeltà alla patria, e dimostrando di essere, innanzitutto, uomini. Nel bel mezzo del terrore e dei massacri, fecero un coraggioso passo indietro rispetto ai propri obblighi istituzionali, per esprimersi a vicenda un sentimento di compassione e onorare la vita altrui.

Nelle Fiandre, quel giorno, i soldati inglesi e tedeschi hanno espresso una più profonda sensibilità, quella che si effonde dal midollo stesso dell’essere umano e trascende i vincoli del tempo e i dettami di qualsiasi ortodossia dominante in qualsiasi periodo storico. È sufficiente chiederci perché proviamo tanta commozione per ciò che quegli uomini hanno fatto. Hanno scelto di essere umani.

Come andò la storia generale nella quale è inscritta questa parentesi di umanità purtroppo è tristemente noto. Ma a volte le parentesi ci aiutano a dare più senso alle cose. Secondo Rifkin, quella sera i soldati espressero la fondamentale qualità umana costituita dell’empatia verso il proprio simile. Secondo me augurarci così Buon Natale può dare più senso a questa notte.

Auguri, #restiamoumani.

Caffè 21 marzo: il sogno e il segno.

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foto di radiobooonzo.it

Il sogno. In questa storia il sogno ha almeno un paio di dimensioni, che corrispondono un po’ ai due tempi della partita che stiamo giocando in questo Paese contro le mafie. Come dire, in senso metaforico, la battaglia e la guerra. La guerra è la dimensione generale di quel sogno e corrisponde alla speranza di sconfiggerle una volta per tutte le mafie. Sconfiggere la loro prepotenza, la violenza della quale si nutrono. Sconfiggere la loro capacità di distruggere speranze, dignità, sviluppo. Sconfiggere le disuguaglianze che alimentano, le povertà che creano. Sconfiggerle affermando i diritti che negano, la giustizia che mortificano, la legalità che violentano. Ecco, la prima dimensione del sogno che ho avvertito in questa storia è tutta qui: sconfiggerle per sempre. Non è ancora tempo per dire che questo sogno sia diventato realtà. Non ancora.

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Ma poi c’è la seconda dimensione, quella della battaglia. E qui invece il sogno è diventato realtà. Oggi. Vedere quel bar ritornare alla vita è stato esattamente questo: un sogno che diventa realtà. Ci abbiamo lavorato per un anno, giorno e notte. Una realtà che abbiamo costruito pezzo dopo pezzo, inventandoci di tutto. Ognuno per la sua parte. Per questo ho pianto quando don Luigi ha tagliato quel nastro. Un gesto simbolico che è solo l’inizio di un cammino che ha bisogno di cuore, testa e gambe. Un cammino che passa attraverso il coraggio, la pazienza, la volontà e la responsabilità non di un io, ma di un NOI. Solo così quel sogno può diventare davvero un segno.

Il segno, appunto. Questa storia è davvero un segno. Forte, prepotente, rumoroso. Per qualcuno anche fastidioso. È il segno di una volontà vera, concreta di voltare pagina. Di passare davvero dai segni del potere al potere dei segni. È il segno di una speranza collettiva che finisce con l’alimentare quel sogno di sconfiggerle le mafie, indebolendole giorno per giorno, colpendone le ricchezze, sottraendole il consenso. Un passo alla volta, con pazienza e tenacia. Ma quanta bellezza in questi passi! Passi che lasciano tracce di cambiamento. Segni di cambiamento. Appunto.

Il Caffè 21 marzo è davvero il caffè della speranza. Lo ha colto bene don Luigi. Una speranza che (si) alimenta (di) un sogno e che traccia segni. Per come ha potuto, la rete di Libera ha provato a fare la sua parte, mettendoci tutto quello che poteva e fin dove poteva. Continuerà a farlo. Accanto a quanti hanno deciso di assumersi la responsabilità quotidiana di farlo rivivere quel luogo. Persone che non lasceremo mai sole.

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Ma don Luigi ha colto anche il valore di quel nome, di quel richiamo al 21 marzo. Primo giorno di primavera, segno di rinascita, di cambiamento. Sì. Ma anche (e per noi soprattutto) il giorno che Libera ha scelto per ricordare tutte, ma proprio tutte, le vittime innocenti della violenza criminale e mafiosa. Quel nome diventa allora una responsabilità in più, che dà più valore a questa bella storia: il miglior modo di onorare la memoria, di ricordare il sacrificio di quelle vittime innocenti e di cogliere in profondità il senso stesso di quel sacrifico. Riportare la vita in quel luogo, riportandolo alla vita, sarà come riportare alla vita tutte loro. L’espressione perfetta di quel principio che resta il fondamento del nostro lavoro: saldare la memoria con l’impegno.